I nomadi della polvere
“Polvere, polvere, qui è pieno di polvere e non c’è acqua”, mi diceva la scorsa estate un nomade della tribù Fed’an mentre i suoi dromedari mangiavano spinosi cespugli, eravamo a Chola, uno dei luoghi più aridi e caldi del deserto siriano.
Le piante dei suoi piedi erano dure e spesse come il cuoio, la sua pelle arsa dal sole aveva il colore del cuoio. A distanza di sei mesi mi trovo sotto ad una tenda beduina della tribù degli Hadidiyn, ad Arak, gocce di pioggia mi cadono in testa filtrando dal tessuto della copertura, madido d’acqua e quella polvere estiva si è trasformata ora in fango.
Le persone che mi circondano sono ben diverse da quel beduino conosciuto in estate, la loro pelle è chiara, hanno gli occhi azzurri e i capelli castano chiaro. La loro economia si basa sull’allevamento di pecore e capre, da cui ricavano tutto ciò di cui hanno bisogno, la loro stessa casa, la tenda, è ottenuta tessendo i fili fatti con il serico pelo delle capre.
Questa tribù, stanziata nei pressi di Palmira, è una delle circa cinquanta che abitano il territorio siriano. Le tribù dei Fed’an, Sba’a, Rwalla, Shammar, arrivarono per ultime in Siria, tra il 1700 e gli inizi del 1800 dall’Arabia Saudita. I Mawali, presenti qui dal 1500, sarebbero addirittura discendenti dei Califfi Abbasidi di Baghdad, mentre gli Amur, sono gruppo eterogeneo, di ladri, predoni ed elementi fuoriusciti da altre tribù.
Culla della maggior parte delle tribù beduine fu l’Arabia Saudita, da cui ne uscirono con ondate migratorie successive, nei periodi di maggior siccità, alla ricerca di nuovi pascoli più fertili. Il fenomeno è molto antico, tavolette cuneiformi del XVIII sec. a.C. (provenienti dall’antica città di Mari) danno una distribuzione nella zona siriana dei gruppi tribali presenti allora.
Poco e molto è cambiato da quel tempo, il modo di vita è rimasto uguale, anche se le riforme agrarie degli anni ’30 del 900 avvenute in Siria, hanno fissato al suolo molti gruppi, e l’uso dei camion per spostare il gregge, ha modificato alcune vie di transumanza. Molto è cambiato osservando Jumane che mi sta di fronte, 13 anni, una perfetta donnina di casa, mentre cerca il cellulare per il papà con in braccio il fratellino di pochi mesi.
“Fai presto con la nonna” mi dice, “tra poco il camion parte e si va a portar da bere alle pecore”, raggiungo l’anziana e la trovo intenta a riparare un pezzo di tenda rosicchiata dai topi. “Ah eccoti” mi dice, sfilando dalla scollatura del vestito un involto di stoffa, “siediti, lo sai che sono una brava bassara?” (colei che predice il futuro), sparge a terra il suo contenuto: una vecchia moneta ossidata, dei pezzi di ceramica romana, conchiglie e perle colorate.
Raccoglie tutti gli oggetti e li getta a terra, più e più volte, poi comincia e predirmi il futuro, “sei fortunato, arriveranno dei soldi”, non la ascolto, i miei occhi e i miei pensieri sono catturati dai tatuaggi neri che le ricoprono il volto. Ogni tribù ne ha di diversi, l’insieme dei motivi decorativi caratterizza un gruppo rispetto ad un altro, le donne Hadidyin come quest’anziana e le Beni Khaled sono le più decorate.
Alcuni motivi tatuati come la gazzella, rimandano a un periodo in cui la steppa siriana era piena di questi animali. Guardandola predirmi il futuro e vedendo i suoi tatuaggi mi viene da pensare che la tradizione è forte, poco cambierà. Jumane mi chiama, la raggiungo e le chiedo scherzando “e tu, non ti fai i tatuaggi come la nonna?” no mi dice, “non si usa più, non mi piace”, e cosa ti piace le chiedo, ci pensa un poco poi mi risponde “i trucchi, mi piace il maquillage”.
Forse il senso di una tradizione che cambia è in questa risposta, mentre la nonna da giovane guardava alla madre e ne copiava i tatuaggi, Jumane copia le giovani cantanti libanesi come Elissa, che ha modo di vedere per televisione.
Ma la polvere in estate e il fango in inverno, rimangono per Jumane come per la nonna e per i loro avi, una costante della vita quotidiana.



